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INNOCENZO ODESCALCHI “IL BATTESIMO DI LUCIFERO”

Intervista di Fabrizio Fantoni

Con la sua ultima mostra – intitolata “Oltre” – realizzata nei locali dell’antica fornace di Antonio Canova Innocenzo Odescalchi ci consegna un’opera di grande impatto visivo.

In uno spazio circolare – voltato da cupola come i templi dell’antica religiosa – ecco palesarsi allo sguardo del visitatore la  figura di Lucifero che si cala dall’alto legato ad una catena infissa alla volta. Sotto di lui – sul pavimento al centro della sala -uno specchio d’acqua a simboleggiare il rito del battesimo. La catena che lo serra impedisce al demone l’immersione purificatrice nell’acqua.

Con questa opera, spiazzante e totalizzante, Innocenzo Odescalchi condensa le contraddizioni insite nella nostra contemporaneità in cui l’essere umano appare teso tra perdizione  e desiderio di redenzione.

L’opera esposta sembra affrontare l’idea del sacro. Puoi raccontare la genesi del lavoro?

L’origine del mio lavoro “il battesimo di Lucifero” è nato dall’esigenza di poter descrivere uno “spettacolo visionario” che ti trascina fuori da questo tempo e ti conduce in un “mondo altro”.

Canova22, luogo dell’esposizione, è la Fornace dove Antonio Canova ideava e modellava la prima forma in creta per poi forgiarla col fuoco, elemento primario. Ho cercato di dare forma a una rivelazione, un’esperienza estatica che scuote e trasforma il trauma spirituale dettato dall’Arte per ricostruire una pratica trascendente, Friedrich Nietzsche diceva: “l’Arte alza la testa dove le religioni scompaiono”. La statua che rappresenta un demone in cerca di salvezza. Lui, il mistificatore che viene ingannato esso stesso, impossibilitato a purificarsi, scambia una pozza di petrolio per una fonte d’acqua destinata al fuoco perenne.

La tua statua ci restituisce, in questi tempi di conflitti e pandemie, la necessità di una redenzione che tuttavia pare impossibile. È così?

Diabolos in latino è colui che divide il calunniatore; nell’Antico Testamento Satan è avversario e nemico oggi in tempi di guerra e pandemia è fin troppo facile accostare e rappresentare l’attualità in forma malvagia. Non sono i tempi della storia che ci depurano dal male opponendo un bene di pace limitato nel tempo ma una più profonda conoscenza di esso. Il binomio bene-vero / male-falso è un pregiudizio che spesso si adatta o viene strumentalizzato per fini politici o religiosi. Il mio demonio è umanizzato perché niente è più umano di lui: “se il diavolo non esiste ma l’ha creato l’uomo credo che egli l’abbia creato a propria immagine e somiglianza” Fedor Michajlovic Dostoevskij.

Con le opere esposte in questa mostra entri in dialogo in distanza con la classicità. Qual è il tuo rapporto con il mondo classico?

È la seconda volta che mi raffronto con forme classiche, la prima si chiamava “la Musa evasiva” titolo suggeritomi da Valentino Zaichen. Metteva in comparazione due elementi apparentemente contraddittori, una donna sdraiata coperta da un sudario davanti ad una mia opera pittorico-materico. In questo caso voglio evocare attraverso annessioni metaforiche la discordanza tra l’infernale disarmonico e ciò che è formalmente equilibrato, misurato e proporzionato.


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OLTRE

Claudio Damiani

La fornace di Canova è diventata l’inferno, dove Lucifero non è conficcato al suo fondo con le tre teste divoranti i tre più grandi traditori-peccatori (dopo di lui), come nell’alta fantasia dantesca, ma sta al suo fondo sospeso a testa in giù, e non ha tre teste ma nessuna, non divora nessuno ma è solo, chiuso in un lenzuolo-sudario infuocato che lo imprigiona, e nel quale sembra torcersi per uscire e liberarsi. Qualcosa esce dal sacco che lo chiude, fra le pieghe del panneggio, dovrebbe essere un piede ma è una mano – come se il suo corpo, dentro, fosse spezzato – una mano semiaperta verso l’alto, come cercasse la luce. La luce di un riscatto, un battesimo appunto, e un’acqua (nera) si raccoglie sotto la sua non testa, in un vaso battesimale sotto la sua non fronte, verso il quale sembra vicino a immergersi.
Ma il Battesimo di Lucifero, in questa potente installazione di Innocenzo Odescalchi, è preceduto da una presenza femminile piuttosto inquietante, un mostro arcaico carico di simbologie, che pietrifica
col suo sguardo: Medusa.
Lei appare prima, in una sorta di antinferno, su una porta non perfettamente chiusa, che lascia uno spiraglio sottile tra un battente e l’altro, chiaro riferimento a Canova, qui padrone di casa (impossibile non omaggiarlo), e alla famosa tomba della Basilica dei Frari a Venezia dove è sepolto, con quella porta socchiusa da cui trapela il nero dell’ oltre.
Anche Medusa, come Lucifero, insuperbi per la sua bellezza, anche lei sfidò orgogliosamente la divinità e fu da lei punita. Due personaggi che appartengono a due mondi diversi, quello ebraico-cristiano Lucifero, quello greco Medusa: due mondi che, nella loro inestricabile fusione, hanno creato la nostra civiltà.
E proprio lei, la civiltà occidentale, è forse il vero soggetto dell’opera: lei che, faustianamente, ha venduto l’anima al diavolo, lei che, come già Adamo, ha introiettato il diavolo, il suo cattivo consiglio verso la conoscenza e la scienza.
E cosi dopo l’evoluzione fisica, dopo l’evoluzione biologica, ecco l’uomo, l’antropocene, ovvero l’evoluzione tecnologica. Siamo stati noi a volerla, come Lucifero e Medusa che si credono più di Dio? O qualcuno ci ha consigliato, come il diavolo-serpente consigliò il primo uomo? O semplicemente la tecnica che va oltre la vita, che ci dà tanto e ci fa una paura tremenda, che ci dà e ci leva, ce l’ha semplicemente data un dio (come Prometeo che donò il fuoco all’uomo, e fu anche lui punito), e noi non c’entriamo, siamo solo macchine che ubbidiscono a un destino ferreo che va oltre di noi? E dove va, dove andiamo, dove ci porta questo destino?

Lucifero, il male che è in noi, vuol forse dirci Innocenzo, sembra voler liberarsi. Si scuote come un terremoto nelle viscere della terra, il suo corpo spezzato agita il panneggio e mira verso una composizione, verso un corpo vero e intero, classico. La sua liberazione potrebbe significare due cose, opposte ma che forse convivono: dispiegarsi completamente come male e distruzione globale, la cui minaccia sentiamo oggi viva come una punta nella nostra carne, o riscattarsi come la luce che era, attraverso una purificazione battesimale alla luce e al bene, e ridarci l’anima che abbiamo perso.

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LE “GEOGRAFIE COSMICHE” DI INNOCENZO ODESCALCHI

Fabrizio Fantoni

La mostra di Innocenzo Odescalchi, intitolata “Geografie Cosmiche” prende le mosse dall’immagine di un’opera realizzata dall’artista nell’anno 2014: una donna distesa, ricoperta da un velo, appare immersa in una dormitio ai piedi di una parete in cui i vari strati di colore evocano un indefinito spazio della trascendenza. Da questa immagine- di a temporale bellezza- ha inizio una sorta di percorso iniziatico che l’autore delinea tra le coordinate di una geografia metafisica al cui centro si colloca l’essere umano.
Vόστος chiamavano i greci il viaggio circolare dell’uomo all’origine del tutto.
Con questa mostra Innocenzo Odescalchi traccia il suo νόστος che si compie attraverso un segno che vuole confrontarsi con l’inesprimibile per afferrare il mistero stesso della vita: la pittura diviene, allora, geografia emotiva, spazio interiore in cui l’essere umano cessa di essere straniero a se stesso per incontrare il suo vero sé.
La tensione emozionale dell’uomo difronte all’ignoto diviene tangibile, nelle opere di Odescalchi, grazie ad un forte attrito cromatico risultante da una sapiente stratificazione di materiale pittorico che, allo sguardo di chi osserva, si fa specchio di un costante sovrapporsi di pensiero ed esperienza e, al tempo stesso, di un confronto ininterrotto con la coscienza e il senso invadente del finito a cui l’artista oppone un insopprimibile desiderio di vita e di speranza.
Gli accordi e i disaccordi di colore da simbolo di trascendenza e di indefinito divengono, allora, luce di una nuova alba che irrompe nella notte che alberga in ognuno di noi.
Osservando le opere di Innocenzo Odescalchi vengono alla mente i versi di Rainer Maria Rilke, tratti dai “Sonetti a Orfeo” in cui si legge.
“Ed era quasi una fanciulla che emergeva
dal felice accordo del canto e della lira
e chiara raggiò tra i suoi primaverili veli
e un giaciglio si fece nel mio orecchio.
E in me dormì. E tutto fu il suo sonno:
gli alberi che sempre ammirai, e questa
percepibile distanza e il sentire dei prati
e quello stupore, che tutto m’afferrò.
Dormiva ella il mondo. Dio del canto come
l’hai così compiuta che non desiderò
neppure di destarsi? Vedi, nacque e dormì.
Dov’è la sua morte? Forse troverai questo
motivo prima che il tuo canto si consumi? –
Dove a me remota affonda?… Una fanciulla, quasi.”
(Traduzione di Franco Rella, da: Rainer Maria Rilke, I sonetti a Orfeo)
“Dormiva ella il mondo” scrive Rilke.
In questo verso è possibile rintracciare il nucleo tematico dell’intera mostra di Odescalchi e, al tempo stesso, le ragione che rendono l’opera pittorica dell’artista così vicina alla poesia. Come nelle poesie di Rilke anche nelle immagini di Odescalchi è l’arte – simboleggiata dalla donna - a dare forma al mondo, a tracciare la strada che l’uomo dovrà percorrere, a dirci dove siamo e dove stiamo andando, perché solo attraverso l’arte l’uomo può rivolgere gli occhi dentro di sé per ritrovare la verità e la bellezza di una vita che è solamente vita, principio originario scevro dalle sovrastrutture che la società ed il mondo contemporaneo ci impone.
Ed allora la notte, quella notte verticale che ci assedia, ci troverà illesi, addormentati, donandoci un senso profondo di quiete, una gratitudine.

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LE MUSE ELUSIVE

Bruno Ceccobelli

Alla Blue Gallery di Venezia: un’ottombrata piena di Muse scappate da Roma, figurate e rincorse dall’artista Innocenzo Odescalchi; d'emblée un’esclamazione: .
Certo che, dopo il Post-cristianesimo del momento, l’arte, la pittura, il colore, potrebbero essere l’ultima spiaggia per la nostra rassomiglianza al Positivo.
Le nove Muse erano figlie gioconde di Zeus e di Mnemosyne dea della memoria, istruite da Apollo queste vestali proteggevano le Arti rendendole Verità Divine.
Definite anche “Ninfe del Monte” avevano la speciale particolarità di saper meditare e grazie a tale pratica, conseguentemente, si accordava loro il dono di creare con fantasia.
Così gli Elleni “disegnavano” l’inizio Olimpico di quell’insieme glorioso di differenti tipologie simboliche, rappresentazioni multiformi artistiche, geometriche e matematiche di quel futuro potere culturale del mondo Occidentale.
Nel sogno di un mondo classico archetipale, tutti quegli autori che consideravano la memoria indispensabile per una maggior efficacia creativa, invocavano le Muse, per essere ispirati al bello, dal “passato”.
Dall’arte moderna in poi le Muse sono elusive…, sfuggono o, meglio, scappano dal materialismo-ateo; quelle ancelle, immaginate pure solo per onorare gli dei, i noumeni, sono evaporate; ora a noi sono rimasti solo i “fenomeni”.
Il nostro tempo è pieno di fenomeni mediatici da vetrina, ci circonda una disarmante giungla di artisti secchi con un’arte puerile da oratorio dismesso.
Nella cultura ufficiale del modernariato, fatte fuori le Muse, le ninfe e le fate, rimangono i polverosi scheletri ideologici, in fila di fronte ai supermercati, agli stadi e alle banche aperte h24…
Giornata di sole nella città della Serenissima Flotta! Innocenzo, pittore romano colto e maturo erede della nobile cultura metafisica, ha compreso e amato le sue Muse e le ha sapute evocare, corteggiare, onorare e dipingere magistralmente.
A guardar bene, in queste sue pitture, troviamo, nelle figure centrali del trittico, altre letture simboliche, tematiche dell’antica Grecia legate ai misteri iniziatici eleusini; il mito di Persefone (la natura) rapita da Ade (il re degli inferi) che si svolge in tre fasi: la discesa agli inferi, la perdita del Sé, la ricerca, attraverso sostanze psicotrope, delle proprie ombre e poi l’ascesa, il ritorno sulla terra, con una coscienza rinnovata.
Qui, dentro alla Blue Gallery, voi fortunate anime sensibili alla luce, potete disintossicarvi e riscaldarvi… osservate e protette da queste bellissime Muse effigiate da Innocenzo Odescalchi con un eccellente esempio di rigore compositivo coloristico e sante intenzioni, per una lotta continua contro la moltitudine di pennelli ignoranti che girano là “fuori”, pronti a insozzarvi…
Che le care Muse ritornino… e Per Grazia Ricevuta salvino i nostri sguardi dalle “figure” umane contemporanee malfatte e dai loro cervelli artificiali.

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‘OLTRE’: INNOCENZO ODESCALCHI ALL’ANTICA FORNACE DEL CANOVA, ROMA

Exibart

Nel bicentenario della morte di Antonio Canova l’associazione culturale CANOVA22 dedica allo scultore un omaggio con la personale di Innocenzo Odescalchi. Fino al 30 giugno

Nell’anno del bicentenario della morte di Antonio Canova a Roma alla Fornace del Canova, fino al 30 giugno, l’associazione culturale CANOVA22 presenta la personale di Innocenzo Odescalchi “OLTRE”, a cura di Fiorenza d’Alessandro e accompagnata da un testo di Claudio Damiani.

«Innocenzo Odescalchi approda alla Fornace del Canova con un progetto dedicato al tema ricorrente dell’opera canoviana: il “rito di passaggio”. “OLTRE”, l’installazione site-specific, si svolge nei due principali ambienti dello spazio in Via Antonio Canova, l’antifornace dove s’incontra il mostro arcaico che pietrifica con lo sguardo: il “ritratto di Medusa”, la prima ad apparire in una sorta di anti-inferno, mentre vicino a lei si socchiude la porta di “entrata”, un chiaro riferimento a Canova, qui padrone di casa (impossibile non omaggiarlo), e alla famosa tomba della Basilica dei Frari a Venezia dove è sepolto il suo cuore, quell’anta da cui trapela il nero dell’”OLTRE”, il passaggio per entrare nell’Ade per incontrare “il battesimo di Lucifero”», ha spiegato CANOVA22. 

Abbiamo parlato del progetto espositivo con Fiorenza d’Alessandro, curatrice, e con l’artista nell’intervista qui sotto.

Come è nato il progetto espositivo “OLTRE”?

Fiorenza d’Alessandro: «L’associazione CANOVA22 sita nell’antica fornace dove Antonio Canova fondeva i suoi bozzetti, ha una consolidata attività multidisciplinare con una particolare attenzione al coinvolgimento di artisti che interpretano l’avvolgente spazialità del luogo con opere specifiche.
Del resto se si riflette sulla necessità di far emergere le espressioni degli artisti contemporanei che aiutano a decifrare la mutevole realtà del presente, il senso più profondo della lezione canoviana, le scelte privilegiate dell’associazione vanno in quella direzione. In questo filone che ha visto opere di Felice Levini, Luigi Ontani, Franz Prati, Giuseppe Salvatori, s’inserisce la creatività di Innocenzo Odescalchi che dedica la sua opera in occasione del bicentenario dalla morte di Antonio Canova, al tema del “rito di passaggio” fortemente presente nell’opera canoviana, mentre con il Battesimo di Lucifero abita lo spazio avvolgente della fornace con un’opera dalla forte componente emotiva».

L’installazione è ricca di riferimenti letterari, mitologici, religiosi. Che ruolo hanno, in generale, questi elementi nella ricerca di Innocenzo Odescalchi?

Innocenzo Odescalchi: «La relazione fra la mia opera e i legami letterari, mitologici e religiosi sono come dice Claudio Damiani “un incontro fra i due mondi dell’occidente: paganesimo e cristianesimo”. I simboli sono tre da una Medusa che pietrifica, la Porta ispirata a Canova per l’entrata degli Inferi, Lucifero e la sua irrevocabile condizione voluta dal destino. La Medusa, la Porta e il Diavolo sono uniti dallo stesso processo distruzione-creazione indispensabili per la riuscita dell’opera, rispettano i compiti a loro assegnati non avendo un ruolo etico ma solo estetico. L’arte ferma il tempo con il solo sguardo della Medusa e pratica un processo alchemico rendendola materica quindi scultorea».

Potete raccontarci, in estrema sintesi, la poetica dell’artista?

Fiorenza d’Alessandro: «La ribellione di Lucifero a Dio è la causa della sua continua sofferenza, una sofferenza senza fine della quale Lui si vuole liberare. Con la sua mano capovolta in cerca della luce mentre il corpo si ostina a trovare una fonte di redenzione ma trova solo liquido combustibile. Vani sono i tentativi di riscattarsi, con il suo “urlo sordo” e il suo idioma astruso (alfabeto estinto) raffigurato sul petto, rimane confinato nell’Ade.
La poetica di Odescalchi è quella di ricreare con i suoi lavori un orientamento, le opere spesso assomigliano a delle mappe dove l’immagine affiora tra mondi sensibili, in questo caso il processo è inverso: la fornace ha permesso all’artista di produrre un’opera immersiva».

Quali saranno i prossimi progetti di CANOVA22?

Fiorenza d’Alessandro: «A seguito dell’opera di Odescalchi, in settembre, è prevista un’installazione site-specific di Fiorenzo Zaffina, che si è inspirato al gruppo di Amore e Psiche con l’opera Crisalide. Inoltre uscendo dalla fornace e allargando il punto di vista verso il paesaggio romano, ritroviamo lungo l’Appia Antica le tracce del lavoro di Canova nel ruolo di sovrintendente ai beni archeologici. D’altro lato, considerando il rapporto speciale del Canova con la danza, l’associazione è in procinto di realizzare un progetto di un Festival con artisti nazionali e internazionali che realizzeranno coreografie riferite alle opere canoviane nella cornice del Ninfeo della Villa dei Quintili».

E i prossimi progetti espositivi dell’artista?

Fiorenza d’Alessandro: «Per quanto riguarda Innocenzo Odescalchi risponde che non parla mai del futuro».

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LA CASA DELLE OMBRE VOLANTI

Lorenzo Canova

Una luce dorata e accecante, una tessitura densa che esalta il chiarore del fondo, sagome nere che si stagliano come presenze enigmatiche in un dialogo tra pittura e letteratura basato sul tema eterno dell’ombra: con una pittura che esalta la sua vibrazione materica, Innocenzo Odescalchi ha composto un nuovo ciclo di opere dove l’ispirazione legata a Don Chisciotte della Mancia fa rinascere un antico archetipo della classicità e delle civiltà mediterranee.

In questo contesto l’artista incardina le sue memorie iconiche, sagome abbrunate e misteriose, chiamate, altrettanto misteriosamente, Ombre volanti.

Sappiamo che Odescalchi collega questo titolo a Don Chisciotte che proietta le ombre della sua follia al mondo circostante, compiendo umbratili e inesistenti gesta cavalleresche degne di un vero e proprio cavaliere eroico e inesistente.

Tuttavia l’idea delle ombre che volano ci può anche portare più indietro nei secoli e ci possiamo chiedere se queste ombre sollevate dal suolo non possano alludere agli antichi spettri del meriggio, «fantasmi assai più interessanti e complicati di quelli che di solito ci appaiono, al suono di mezzanotte» ha scritto il maestro delle ombre Giorgio de Chirico.

I demoni meridiani apparivano ai pastori di Grecia quando il sole di mezzogiorno, perfettamente a picco, non permetteva che i corpi proiettassero ombre sul suolo, in un momento in cui però lo sguardo accecato dalla luce vedeva tutte le figure come ombre che volavano ormai staccate da terra: gli spettri dell’ombra terrorizzavano così i contadini come Pan tra gli alberi, oppure apparivano come avi scomparsi che profetizzavano il futuro.

Odescalchi sembra dialogare con queste presenze oscure che si delineano nei suoi quadri per accompagnare il suo viaggio pittorico, sembra udirne i vaticini per trasformarli in segni ermetici impressi sulla tela, incastonando la loro fuggevole essenza nel colore come insetti imprigionati nell’ambra.

Questi strani profili neri e vagamente antropomorfi ci fanno riflettere sulla natura ambigua dell’ombra slegata dal suo corpo, sulla libertà concessa a queste silhouette immateriali che si permettono di diventare tridimensionali, di trasformarsi in anatomie vuote e inquietanti, in figure umanoidi che sembrano contenitori svuotati e abitati, per l’appunto, soltanto dall’ombra.

In questo modo Odescalchi non combatte le sue ombre come Don Chisciotte ma, con raffinata astuzia, asseconda la loro natura inaffidabile per trasformarle in materia cromatica e in sculture-trofeo da appendere al muro.

«Dov’è la mia casa?» chiedeva la sua ombra allo Zarathustra di Nietzsche, nel suo eterno essere dappertutto e nel suo eterno non essere in nessun luogo, ma sappiamo che, per fortuna, le ombre di Odescalchi hanno invece trovato il loro approdo, la dimora dove possono splendere in negativo dei loro bagliori tenebrosi, accolte per sempre nell’abbraccio materno dei suoi intrecci cromatici.

Così quelle sagome scure sembrano cambiare le coordinate della loro spettralità, perpetuando il potere di una pittura che costruisce il suo mondo parallelo e (ir)reale: accolte da quei dipinti, sono così destinate ad abitate le stanze enigmatiche evocate da Odescalchi, spazi in bilico tra luce e tenebre dove le sue ombre immobili possono continuare il loro volo perpetuo e inarrestabile.

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PENSIERI DI UN ARTISTA ISOLATO. INNOCENZO ODESCALCHI

Artslife

Innocenzo Odescalchi e le sue riflessioni di artista “recluso” al tempo del Coronavirus. Diari letterari tra confessioni e speranze, intimi e riflessivi

Non era mai successo. Nemmeno il coprifuoco della Guerra Mondiale era così rigido: tutti a casa, mattina, sera, notte. E non era mai successo che il rapporto, il contatto con l’”altro”, imprescindibile regola del vivere contemporaneo, diventasse il nostro peggior nemico. Ci voleva un pericolo invisibile, ancor più minaccioso proprio perché impalpabile, per costringerci a fare qualcosa che ormai non facciamo più: guardarci dentro. Vivere solo con noi stessi. Un riallineamento delle coscienze, che ci permette – o forse ci costringe – a rivedere certe cose con un’ottica diversa, più “pura”. Alcuni artisti italiani lo fanno con i lettori di ArtsLife: diari letterari tra confessioni e speranze, intimi e riflessivi, un ripensamento dell’arte come scelta di vita sociale. Ecco il contributo di Innocenzo Odescalchi (1956)…

Pensieri a domicilio

Il 3 gennaio del 2020 moriva ucciso da un attacco con drone il generale iraniano Quasem Suleimani. Quasi due mesi prima, il 17 dicembre, nella provincia di Wuhan in Cina, il primo contagiato dall’infezione Coronavirus. I due eventi sembrano lontani, senza nessuna connessione di causa-effetto. Da una parte la forza manipolatoria dell’uomo tramite l’inganno della “technè” pensa di diventare padrone della natura, la quale sembra non assecondare sempre le aspirazioni dell’uomo al suo controllo.

Io non sono a conoscenza della ricerca sulla manipolazione genetica, sperimentazione di cellule umane trapiantate nei tessuti e nel cervello delle scimmie, creando volontariamente chimere umane. Non sono a conoscenza sullo strapotere degli algoritmi con la nascita di una intelligenza artificiale che sostituisce il nostro pensiero e fà scacco a Dio.

Non sono a conoscenza della verità, ma il dubbio resta. Dante dedicò gran parte del canto XXVI dell’Inferno a Ulisse, che escogitando l’inganno del Cavallo di Troia, sfidò le leggi della natura. Condannandolo a una continua migrazione fino a oltrepassare le colonne d’Ercole per rimanere nel vuoto.

Quello che viviamo in questo periodo di domicilio coatto a causa del virus porta a svariate e amare riflessioni, anche sul mio lavoro di artista-pittore. L’arte ufficiale, quella che va per la maggiore, non nascondo che il più delle volte mi annoia. Con la sfrenata ricerca di icone iconoclaste rivestite di sociologismo, ma in realtà è status, esaltandone la propria “scaltrezza” e lo stupore delle masse in un sistema drogato..

Questi collezionisti i quali vi si identificano sono quasi sempre schiere di adulatori che citano a sproposito Marcel Duchamp. Se si vuole scuotere le fondamenta dell’arte è difficile farlo in una fiera. Purtroppo quello che dico rischia di essere banale, di andare a noia, ed è condiviso dalla maggioranza di artisti, i quali non hanno gli strumenti per reagire.

L’arte è fatta da nuove idee, ma in sostanza non può trascurare la sua dimensione spazio-temporale che fa capo ai sensi, alle percezioni. È alchimia, e come tutti i misteri non ha bisogno di spiegazioni dettagliate. Questi aspetti non possono essere ignorati neppure dai più puri concettualisti, perché con essi si comunica all’esterno.

Ozio e meditazione inducono all’illusione che si possa mettere tutto in gioco per sfondare quella porta murata da anni, riflettendo su una diversa cultura del presente. Per dare valore alle complessità del lavoro e della materia stessa, l’artista viaggia in uno spazio geo-immaginario, attraversando diversi territori alla ricerca di costante vagabondaggio. Anche la malattia covid-19 è nel nostro sentire un Leviatano che somministra porzioni di artificioso veleno. Ha in comune con certa arte la mancanza e la fine, quando essa non è una continua imitazione della creazione.

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PRIMA DEI GEOGRAFI – IL MONDO DI ODESCALCHI

La Repubblica

Una grande installazione formata da tante tele, su cui sono appese le “vasche” dove si diluisce il colore, e ai lati undici quadri: tutti disegnano mappe geografiche che nascono prima di quelle disegnate dai geografi, costruite sulla base dell’esperienza e dalla conoscenza reale’: Sono gli ultimi lavori di Innocenzo Odescalchi nella mostra “Prima dei geografi”, a cura di Francesca Pietracci, che si inaugura oggi al Museo Bilotti. Al centro del lavoro dell’artista il tema della percezione dello spazio attraverso un tempo di percorrenza prettamente umano: ogni opera cerca di analizzare e decostruire il sistema di convenzioni che permea ogni forma di comunicazione e di rappresentazione dello spazio, e restituire a ogni spettatore il contatto con la realtà tangibile, per ritornare all’esperienza diretta del pianeta a cui appartiene e del sistema delle galassie all’interno delle quali esso è inserito. Nascoste dalla stratificazione della materia e dalle colature dei colori, antiche scritture e simbologie aiutano a decifrare il mondo; e come due piccoli “sigilli”, che punteggiano qua e là le tele, un gattopardo che sembra fuggito da uno stemma araldico e un piccolo labirinto. I colori della terra, il rosso bruno, l’ocra e il verde, dominano i quadri trasformando, grazie a una pittura selvaggia, la tavolozza aulica in una bellezza e in una preziosità “barbarica”. Viaggio e esplorazione diventano per Odescalchi, il mezzo per catturare lo spettatore e portarlo all’interno di un mondo duplicato, più vero e autentico di quello che riesce a percepire la cultura moderna.

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NEL BUIO COSMICO IL MISTERO DELLE ORIGINI NELLE TELE DI ODESCALCHI

La Repubblica - Roma

La mostra di Innocenzo Odescalchi “Enigmi - Coltivazioni spaziali” (all’Accademia d’Ungheria, da oggi alle ore 19 fino al 4 maggio ) evoca un viaggio nel buio cosmico. Quattro grandi tele, installate nella sala centrale dell’accademia sono come tavole di scrittura, dal fondo delle quali emergono caratteri indecifrabili, una sorta d’alfabeto remoto e originario, appartenuto a popoli estinti. E di fronte alle tele un pilastro composito, un totem dedicato alla non-memoria, all’apparente cancellazione di immagini e dati che man mano si trasformano nel patrimonio dell’inconscio. Tutto ciò costituisce il fulcro semantico della mostra di Odescalchi, che comprende da un lato il concetto di enigma e dall’altro quello di coltivazioni spaziali.

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PRIMA DEI GEOGRAFI

ESTRATTO DAL CATALOGO

Francesca Pietracci

“Le tele e le tavole che la compongono sono grandi, materiche, informali … sono come delle ampie mappe ricche di stratificazioni, che il tempo e la ricerca sembrano aver eroso. Il colore ocra brillante, quasi oro, rimanda all’elemento terra, il blu intenso e gli azzurri all’atmosfera e all’acqua, il rosso al fuoco e alla carnalità. L’artista sembra essersi fatto puro tramite e aver permesso agli elementi stessi di entrare in gioco autonomamente, di conquistare i loro spazi, di accavallarsi, di emergere o di inabissarsi. La sua è una rappresentazione “aperta”, che si può leggere o percorrere partendo da una molteplicità di accessi, di inizi. E’ una sorta di labirinto che, invece di svilupparsi in superficie, si dirama in profondità, un labirinto che qualche volta appare anche in forma di piccolo simbolo stilizzato, come indizio di stratificazioni di culture e civiltà. Un altro simbolo presente nelle sue opere è un piccolo gattopardo, un animaletto vivace, curioso, forse fuggito da qualche stemma araldico. Le sue opere, infatti, analizzano e decostruiscono il sistema di convenzioni che permea ogni forma di comunicazione e di rappresentazione dello spazio. I molteplici ed enigmatici sistemi di scritture e di simbologie che lui a volte chiama in causa hanno lo scopo di evidenziare il fatto che l’essere umano, per mezzo di essi, è stato gradualmente allontanato dalla realtà tangibile e dall’esperienza diretta del pianeta a cui appartiene e del sistema delle galassie all’interno delle quali esso è inserito. La sua opera è concepita come un insieme unitario di singoli dipinti informali ai quali si aggiungono oggetti e recipienti testimoni e mezzi del suo processo creativo. I temi del viaggio e dell’esplorazione sono alla radice di ogni sua opera e superano il confine di un significato puramente letterario. La bellezza e la preziosità “barbarica” delle sue opere catturano lo spettatore all’interno di un mondo duplicato, ma forse più vero di quello che riesce a percepire la civiltà contemporanea. La fascinazione del colore, unito alla materia e alla ricerca di un assoluto aureo, spingono ad una profonda riflessione in merito alla concatenazione esistenziale di concetti circolari quali quelli di enigma-percorso-scoperta-enigma.

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LE ASTRAZIONI DI ODESCALCHI

La Repubblica - Trovaroma

Con il titolo di “Prima dei Geografi”, Innocenzo Odescalchi (Roma 1956) allestisce un corpo unitario di lavori costituito da dipinti ai quali abbina, come elementi paralleli e consequenziali ai quadri, opere tridimensionali di grandi dimensioni realizzate in ferro, tela, legno. L’artista è autore di un discorso che negli ultimi anni, per atteggiamento e linguaggio, si riporta ad alcune fra le tante matrici storiche dell’astrazione informale. La sua pittura, vale a dire, fa proprie delle concezioni che vogliono l’opera d’arte come una sorta di realtà sé, non connessa con l’esperienza quotidiana; che privilegiano ciò che si pone al di fuon delle convenzioni; che tendenzialmente negano o mettono in severa discussione il valore delle attività di rappresentazione (in questo caso quelle richiamate dal titolo, cartografia e mappatura del mondo) che necessariamente presuppongono un filtro attivo della ragione. Le opere si propongono come il risultato di un processo di analisi e successiva decostruzione delle convenzioni e delle simbologie usuali nella rappresentazione in piano delle realtà geografiche tridimensionali. Vogliono evocare -scrive Francesca Pietracci, curatrice della mostra- un’idea del viaggio ed anche di una riscoperta della materia che ci circonda.

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XXXVII PREMIO SULMONA

Duccio Trombadori

Molto legato al fascino muto dell’ideogramma, Innocenzo Odescalchi approfondisce il solco di una memoria visiva che a un certo punto sfuma in dissolvenze di materia cromatica disposta a creare fondi imprecisati, come zone corticali su cui depositare memorie a pena accennate, onirismi e sensazioni di paesaggi inusitati. Siano deserti siderali o sahariani, le sabbie dipinte da Odescalchi annegano simboli o reperti di civiltà: tavole cuneiformi si direbbero quelle calligrafie senza origine che compongono il serto delle sue pitture, così come l’arrivo di sagome d’aereo smaltate di vernice che le appaia al piano del fondale. Aerei da turismo, o caccia bombardieri. Memoria del Vietnam e della Mesopotamia infiammata: così il materiale cromatico bituminoso accende la fantasia del pittore memore-smemorato, vagamente orientato a raccontare una storia intrecciata di valori umani, cronache e disastri del nostro tempo.

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ESTRATTO DAL CATALOGO “SCRITTURE PERDUTE”

Valentino Zeichen

“Segno e Immagine”: Giano bifronte; scorrono capricciosi e speculari nel divenire delle forme. La loro apparizione e sparizione li rende indissolubili fantasmi, gemellati nel moderno dilemma di ogni autentico pittore; per citare un dilemma esemplare: quello di Mosè e Aronne. Innocenzo Odescalchi ne avverte la duplice presenza esplorando l’universo dell’astrazione, con una processione nella notte alfabetico/stellare, prigioniero del gioco di prestigio, che solo lo scherzo pittorico può liberare sulla tela. Ecco l’immaginaria pala d’altare, e sopra una pittografia che stava sulla punta della lingua dei parlanti di una presunta civiltà. Su quella tela desertica rivoli d’acqua dipinta canalizzano solchi alfabetici. Accorreranno i glottologi, intanto la sabbia della saggezza avrà assorbito il testo e l’alfabeto presunto sarà solo casuale accostamento a una lingua; scherzo della natura, punti della cucitrice, imbastitura del caso e della volatilità che fa le veci dell’incisore divino che ha ancora un vice: il pittore che lo imita nelle simulazioni creative.

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“SCRITTURE PERDUTE”, LA METAFORA DI INNOCENZO ODESCALCHI

Corriere della Sera - Cronaca di Roma

Un lavoro in simbiosi con lo spazio. Nasce così “Scritture perdute”, la serie dipinta da Innocenzo Odescalchi per il centro culturale “La Nube di Oort” (via Principe Eugenio, 60). “Negli ultimi tempi” spiega Odescalchi “sto facendo una ricerca sulle lingue morte, come il sanscito e l’ebraico. L’idea di un codice visibile, ma sconosciuto, è un po’ una metafora dell’artista, in dubbio se svelare o meno il suo pensiero”. Più che decifrata, la sua pittura va gustata con calma. “La pittura”, continua l’artista “è un’esperienza ambigua che ognuno racconta a modo suo”. “Metamorfosi dinamica di una forma informe – la definisce Valentino Zeichen nel testo scritto per la mostra – che mantiene l’enigma chiuso, prigioniero del gioco di prestigio, che solo lo scherzo pittorico può liberare sulla tela; scherzo della natura, punti della cucitrice, imbastitura del caso e della volatilità”. Per Odescalchi, un “alfabeto sordo”, che si può solo contemplare. La sintonia è, dunque, l’unica chiave di accesso a questo linguaggio.

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INNOCENZO ODESCALCHI PITTURA E SCRITTURE PERDUTE

La Repubblica - Cronaca di Roma

La nicchia nel muro è alta e profonda. In quell’ombra della Nube di Oort, Innocenzo Odescalchi ha deciso di intervenire con un dipinto, di due metri e mezzo per tre e mezzo, ad hoc. In cui pittura e “Scritture perdute” (il titolo della personale dell’artista attivo a Roma dal 1993) scavano in profondità. La terminazione centinata della tela ricorda una pala d’altare. E la dominante dell’opera è un giallo che evoca, quasi emana, luce. Su cui si snoda, rosso, l’alfabeto segnico della scrittura-pittura. A proposito dei tre dipinti in mostra il poeta Valentino Zeichen ha scritto: “Segno e immagine: Giano bifronte; scorrono capricciosi e speculari nel divenire delle forme”. E di questa dialettica “Odescalchi ne avverte la duplice presenza esplorando l’universo dell’astrazione”.

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INTERVISTA A INNOCENZO ODESCALCHI

Leggo

… la mostra “Colore & Colori” di Giancarlo Limoni e Innocenzo Odescalchi, artisti lontani per età, formazione e provenienza ma vicini per la passione del colore. Le opere “sosteranno” a Termini fino al 21 luglio, nei pressi del binario 24. Di quest’ultima mostra, delle sensazioni dei primi giorni in stazione ne parliamo con gli artisti.

Quando ha iniziato a dipingere e perché?
I. O. – “Ho fatto il percorso classico all’Accademia di Belle Arti, poi a metà degli anni Ottanta ho iniziato a dipingere seriamente, facendo diverse esperienze anche in Canada e negli Stati Uniti. La pittura rappresenta il risveglio della mia passione per la manipolazione della materia”.

Qual è il filo conduttore della mostra a Termini?
I. O. – “Ho cercato di mettere insieme dei lavori che potevano dare valore allo spazio circostante, al luogo dell’esposizione, creando assonanze musicali, insiemi di tonalità alte e basse come nella tastiera di un pianoforte”.

Cosa pensa dell’abbinamento Limoni-Odescalchi?
I. O. – “Che è simile ad una testa con due facce: le nostre diversità profonde sono legate da un’unità di intenti”.

Cosa pensa della stazione come luogo d’arte e cultura dove organizzare mostre ed eventi?
I. O. – “Le stazioni sono il posto migliore dove esporre opere d’arte. Non c’è gratificazione più grande secondo me, per un artista, di esporre nel luogo dove si parte e si torna. La stazione contiene l’idea del viaggio, idea che è alla base dell’arte stessa. Come nel viaggio, nell’arte c’è un inizio e una fine, ma quello che incontri nel percorso non lo sai. Anche il pubblico che si incontra negli scali ferroviari, sempre diverso e in movimento, è importante. L’arte è transitoria, nomade, non è possibile fissarla in un punto, in un periodo. Quindi non c’è niente di meglio che farla “passare” dalla stazione”.

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LE TELE DI ODESCALCHI PORTANO UN’OPERA SEGRETA

La Repubblica - Cronaca di Roma

C’è un segreto negli ultimi lavori di Innocenzo Odescalchi, esposti alla Galleria del Cortile: per scoprirlo il visitatore deve compiere un percorso iniziatico. Nella prima stanza una serie di quadri illumina le pareti con un forte colore arancione appena smorzato da segni neri astratti, inserti di carta e materiali di recupero. Questa esplosione di luminosità invita lo spettatore ad inoltrarsi nella seconda stanza, più buia e “cassaforte” del segreto. L’atmosfera più raccolta che prepara l’incontro con l’opera misteriosa inizia da alcune tele dove dei segni si stagliano sul colore luminoso. Poi, in un angolo nascosto, un libro in cui l’artista racconta la sua ricerca personale. Sfogliando le pagine di carta preziosa, le immagini astratte svelano il segreto: una ricerca spirituale fatta di un linguaggio astratto dove si rincorrono nero e colore a segnare il passaggio dall’esteriorità all’interiorità. Il mondo della gioia raccontato con le opere della prima stanza si contrappone nel libro ad un linguaggio più pacato ed intimo.

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ORIZZONTI

L’Unità

Nelle opere di Innocenzo Odescalchi il colore è atteso al varco. Su supporti di bronzo, stoffe o alluminio. Atteso nel suo depositarsi, come nell’alchimia della fotocomposizione pittorica. Superata la maniera informale e paesaggistico-abbagliante di alcune sue opere anteriori, Odescalchi insegue Schifano e Rothko. Ma anche la freddezza di certi concettuali americani. Il risultato poetico è interessante, e sta nel senso d’attesa. Nell’aspettare la luce che incontra i materiali e genera colore calmo. A volte l’esito è quasi “pompeiano”, come in “Cera e pigmenti su stoffa”. Oppure semplicemente “monocromatico”, ma striato di vibrazioni e ulcerazioni che paiono alludere a Burri.

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MOSTRA A ROMA TERMINI

La Repubblica - Cultura

… La produzione artistica di quest’ultimo – prevalentemente svolta su tavola e stoffa – rimanda a una sorta di concezione astrale dello spazio. Nulla ricorda il mondano, né richiama i terrestri confini della vita. La ricerca pittorica si impone per evidente assenza di accumulo. E si colloca perciò esattamente all’opposto da quella praticata da Limoni.

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ART/CULTURE

Tandem Corriere Canadese

Innocenzo Odescalchi is a young roman abstract artist who is visiting Toronto for an exhibit of his work.
…Odescalchi attributes more to the city of Rome itself as an influence. “The whole scenery in Rome, the ancient paintings, the architecture. That has affected me,” he details. And, although his sweeping abstracts might be construed as rebellious, he claims it’s the contrary. He points out that ancient Roman art work was controversial when it first came out too. “I’m continuing that process, it’s part of my heritage” he insists. Odescalchi has been personally compelled to create art since he was a small boy, observing and drawing everything around him. He attended an Art Lyceum and then the Academy of Art in Rome, where his bold style developed. “The paint, the material comes from memory and imagination” he says of his works’ theme. “I try to explain with strong colours and to give the impression of a dream, suggestion and imagination.” He paints large sheets of plywood and cuts them down into miniature panels, and names his pieces “Di-Visions of The Sea” and “Di-Visions of Winter” in reference of this subviding approach to the subject. Clearly an artist of ambition, he also paints larger pieces on fabric.

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INNOCENZO ODESCALCHI

Slate (Canada) - People


Innocenzo directs his brush with angry determination, allowing water and oil based pigments to flow in happy abandon. The thick oil coalesce then separate from their chemical opposites in a primeval soup that clearly shows signs of life.

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INNOCENZO ODESCALCHI

Il Messaggero


Innocenzo Odescalchi – …Una pittura fastosa, barbarica e solare. Smalti e colori ad acqua su tavola che con intelligente capacità manipolatoria Odescalchi realizza sommando, a volte, la nostalgia degli anni sessanta ad una artificiosa divisione dei piani.

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INNOCENZO ODESCALCHI ALLA GALLERIA DEL CORTILE

La Repubblica

La prima personale di Innocenzo Odescalchi si è aperta a Roma presso la Galleria del Cortile…Pochi i quadri esposti, ma tutti segnati da un’intensa ricerca sul colore che qui si traduce in materia più che in forma. Materia che in qualche modo sembra esplodere nello spazio e alla quale Odescalchi sovrappone come delle ‘finestre’ che ne chiudono o meglio ne delimitano l’orizzonte. Non c’è arte, egli ci suggerisce, senza la scoperta dolorosa del proprio limite. Alle normali tele Odescalchi preferisce il lavoro su tavola. Si tratta di uno sfondo che consente all’artista una maggiore duttilità nell’uso del colore il cui spessore regola e distribuisce la luce. L’impressione che se ne ricava è che la profondità nasca direttamente dalla superficie.

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INNOCENZO ODESCALCHI

Ludovico Pratesi

“La luce mi porta al mio agire”. Con questa frase, Innocenzo Odescalchi definisce la sua pittura come una continua ricerca di luce. Una luce però che illumina visioni notturne con chiarori aurorali o bagliori vespertini, che colpisce improvvisa vertigini materiche, trame gestuali violente o fugaci, soglie e confini dove il colore precipita e muta, per avvolgersi in un segno vorticoso o distendersi in piane armonie, scandite dalle misteriose note dell’anima. Una pittura intensa, mobile, umorale come il carattere di Innocenzo. Mutevole, nei rapidi passaggi cromatici dai toni più scuri ad improvvise solarità, inattese e per questo più forti. Una pittura che gioca con la materia per entrarci dentro e possederla, in un contatto mai superficiale, ma necessario. Allora, il rifiuto della tela per la tavola, “più sicura”, dice Innocenzo, nell’assorbire il colore dato con tecniche diverse, un colore manipolato, trasformato nella pelle screziata di un camaleonte, pronta ad accogliere altre tinte, altri segni, altri bagliori per contenerli tutti nel quadro. Non figure, dicevamo, ma visioni dell’inconscio. Provocate, forse, da un semplice sguardo su un muro sbrecciato, o da lampi improvvisamente accesi nella tenebra. O anche – perché negarlo? – da memorie di opere viste e subito amate: le pennellate violente di de Kooning, il rigore assoluto delle avanguardie russe, l’astrattismo italiano del dopoguerra, da Vedova a Schifano, il “dripping” di Pollock. Ma Innocenzo và oltre, gioca con i colori e i materiali, insegue la sua luce interiore, ci porta ai confini del suo mondo personale, abitato da gesti e superfici, dove si possono comporre, per un attimo, profili di memorie passate o pensieri lontani. La sua pittura basta a sé stessa: non ha bisogno di troppi commenti, ma di sguardi attenti e silenziosi, per produrre i suoi docili, ma penetranti, incantesimi.

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ESTRATTO DAL CATALOGO “INNOCENZO ODESCALCHI”

Gianluca Marziani

Le opere prendono forma nel silenzio della distesa concentrazione e raccontano le pelli cromatiche della VITA INTERIORE. Quasi che un occhio di caravaggesca memoria sia sceso nel microcosmo del pigmento, ingrandendo alcuni centimetri di una vecchia tela, cercando l’anima dentro la materia, catturando l’energia che non muore mai. I.O. si comporta come uno scandaglio astratto che perimetra la vitalità mentale nei muri scrostati, negli affreschi umidi, nei soffitti e pavimenti, nei brandelli di bellezza antica.
Lo stesso termine “astrazione” inverte ora la sua etimologia e si trasforma in un moto spirituale dentro la realtà figurativa del mondo. Qui le astrazioni non rispecchiano gli stilemi dell’espressionismo astratto, la tensione informale, il rigore avanguardistico tra America ed Europa nel dopoguerra. I.O., al contrario, procede con l’autonomia di chi si rafforza nel radicale isolamento dal “troppo”degli esterni mediatici.
E non si tratta di ignorare la storia ma solo le cose che disturbano la quiete turbolenta della ricerca individuale. L’artista romano valuta maestri e citazioni, analizza gli archetipi che lo influenzano, rivede le vicende note del linguaggio astratto. Però conosce anche le proprie esigenze, gli impulsi della coscienza, la vitalità oltre il dato enciclopedico. La sua arte dialoga con la storia per poi scavalcarla attraverso le emozioni di una sensibilità armonica, pittoricamente musicale, sgranata come un secco free jazz alla Ornette Coleman. I.O. rende l’opera un DIARIO DELLA PROFONDITA’. La grammatica è, appunto, quella delle avanguardie, le parole rincorrono il necessario passato: ma le frasi visive appaiono ormai autonome, personali, taumaturgiche rispetto al caos del mondo.

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